Intervista al direttore di Humanitas che martedì 5 presiederà la giuria chiamata da Regione Lombardia a scegliere il vincitore.

Il ricercatore italiano più citato dalla letteratura scientifica internazionale ha toni pacati e una passione per l’alpinismo. Alberto Mantovani, immunologo, Direttore scientifico dell’Irccs Humanitas di Rozzano e docente di Patologia alla Humanitas University, è stato eletto presidente della giuria dei 14 top scientists italiani, chiamati da Regione Lombardia al 31esimo piano di palazzo Pirelli il prossimo 5 settembre per esaminare le candidature alla prima edizione del premio internazionale “Lombardia è ricerca”, la cui cerimonia di consegna si terrà l’8 novembre al Teatro alla Scala di Milano.

Mantovani è la figura che ha aperto nuovi orizzonti alla lotta contro il cancro spostando l’attenzione dalla cellula tumorale all’ambiente infiammatorio in cui prospera, e al ruolo giocato da alcune cellule ‘traditrici’ del sistema immunitario. Così ha posto le basi per lo sviluppo dell’immunoterapia, a oggi il fronte più promettente nella battaglia ai tumori che si concentra ad esempio sulla possibilità di ‘togliere il freno’ al nostro sistema immunitario nella sua reazione contro le cellule cancerogene.
Il professor Mantovani ha dunque saputo unire il rigore scientifico nell’individuazione di nuove molecole e funzioni alla capacità di guardare oltre i paradigmi, capacità messa a frutto anche come divulgatore (il titolo di uno degli ultimi libri, “Non aver paura di sognare: decalogo per aspiranti scienziati”, è quasi un manifesto, ma ricordiamo anche “Immunità e vaccini”). Laurea con lode in Patologia a Milano, subito si specializza in Oncologia a Pavia e inizia un percorso di studio e lavoro all’estero, tra Usa e Inghilterra, mentre in Italia ha diretto anche il Dipartimento di Immunologia dell’Istituto Mario Negri di Milano.

Professore, come vive questo impegno di presidente della giuria?
“Rappresenta per me una grande responsabilità. In passato sono stato valutatore per diversi premi internazionali, ma in questo caso la sento più forte: non solo perché quello di “Lombardia è ricerca” è confrontabile o superiore per importo ai più grandi premi internazionali, ma perché attribuito dalla mia regione e questo mi fa sentire una responsabilità nei confronti della comunità lombarda. Confido che la giuria saprà identificare il miglior candidato, con il massimo della trasparenza e dell’obiettività”.

Che segnale crede possa arrivare da questo nuovo riconoscimento di un ente pubblico a ricerca e innovazione?
“I premi hanno due aspetti, uno riguarda chi ne viene insignito e uno la comunità che li dà. Io ne ho ricevuti un certo numero (nel 2016 il premio dell’Organizzazione degli Istituti Europei del Cancro attribuito ogni tre anni e il Robert Koch Award, ndr) e posso dire che sono un grande riconoscimento, perché rappresentano un giudizio dei tuoi pari. Quanto al significato per chi invece li istituisce e ci mette le risorse, nel caso in questione mi pare molto chiaro: la Lombardia vuole lasciare un segno, e vede la ricerca scientifica come uno dei pilastri del suo futuro, civile ed economico. E questo mi pare di straordinaria importanza”.

Un premio intitolato al professor Veronesi, così come la Giornata della ricerca in cui verrà consegnato, l’8 novembre anniversario della sua scomparsa...
“Come disse il monaco Bernardo di Chartres, e come ripeté poi tra gli altri Newton, siamo nani sulle spalle di giganti e grazie a loro possiamo vedere più cose e più lontano. Lui era un gigante della lotta contro il cancro, e noi sentiamo di poggiare sulle sue spalle. Senza dimenticare un’altra caratteristica di questo premio, che nei criteri di selezione indica l’impatto sulla vita delle persone ed è quindi tutto orientato sulla salute dei pazienti”.

Il nome del vincitore sarà scelto tra esperti di Scienze della vita, che oggi hanno un rilievo sempre maggiore. Che ruolo può giocare in questo settore l’Italia, e in particolare il territorio lombardo?
“Mi piace ragionare sempre a partire dai dati. E questi ci dicono che in una partita virtuale tra Italia e Germania, anzi tra Lombardia e Germania a livello di produzione e di parametri della ricerca scientifica, se i tedeschi totalizzano 100 noi siamo a 120, insomma ce la giochiamo alla pari con le grandi aree che portano avanti l’innovazione nel campo della salute. Se guardiamo al ranking internazionale di circa 5 mila centri di ricerca in questo settore, nell’area top pari al 5-10% troviamo diverse istituzioni che hanno sede in Lombardia: il San Raffaele, l’Istituto dei Tumori, lo Ieo, il Policlinico di Pavia, oltre a Humanitas. E ancora: l’università di Lovanio ha mappato le aree dove si gioca il futuro del mondo quanto a innovazione, sono una trentina e la Lombardia è tra queste. Quindi non c’è dubbio: la Lombardia sta giocando, può e deve giocare alla pari con altri grandi territori. Questo non vuol dire naturalmente che non ci siano dei problemi. E se non li vediamo, avremo difficoltà a rimanere a questi livelli”.

Quali ostacoli potrebbero farci rimanere indietro?
“Anche qui, se stiamo ai dati e prendiamo la Germania come termine di paragone risulta che siamo molto al di sotto come capacità di attuare trasferimento tecnologico. Così come i numeri sugli investimenti in ricerca scientifica rivelano un nostro deficit, se paragonati ad esempio ai 300 milioni gestiti a Londra da un solo istituto come il Crick, o a quelli destinati alla ricerca sul cancro nell’area di Parigi. Per questo dico spesso che questi dati riflettono una sorta di “miracolo a Milano”, per citare il celebre film di De Sica e intendendolo in senso lato, visto che interessa tutta la Lombardia. In conclusione, ci sono sfide importanti da raccogliere”.

Per essere competitivi a livello internazionale, quanto conta il ruolo delle istituzioni pubbliche?
“La ricerca si fa poggiandosi su tante gambe. Quella dell’industria innovativa, anzitutto, e quella dell’investimento pubblico senza cui non può esserci ricerca. La Lombardia poi ha come sua caratteristica quasi ‘genetica’ la presenza di una terza gamba, o se vogliamo rimanere alla metafora della doppia elica del Dna può vantare una terza elica: quella rappresentata dalla filantropia, dalle grandi realtà del privato a servizio del pubblico. L’Associazione Italiana per la Ricerca contro il Cancro, la più importante per tradizione e risorse, è nata qui, così come la Fondazione Veronesi. Queste presenze rappresentano il nostro Dna, una caratteristica unica e straordinaria del territorio lombardo”.

Ricerca e medicina hanno fatto progressi enormi, eppure oggi in alcuni casi come quello del dibattito sull’utilità dei vaccini la fiducia nella scienza da parte dell’opinione pubblica sembra venire meno...
“Sui vaccini la mia posizione è nota: siamo in una situazione di emergenza, abbiamo perso bambini malati di un cancro curabile perché hanno contratto il morbillo, e questo è per me inaccettabile. Non tornerò sulla loro utilità, di cui ho detto e scritto più volte. Quanto alla percezione pubblica della scienza, non posso che rilevare che nel nostro Paese c’è un diffuso analfabetismo scientifico e una scarsa sensibilità nei confronti della scienza. Questo si riflette ad esempio nello scarso investimento pubblico per la ricerca a livello nazionale, pari a meno della metà di quello dei nostri competitori; e in episodi ripetuti di pseudo terapie che ricevono grandissima attenzione dai nostri politici, penso a Stamina o prima a Di Bella. Il fatto è che se io dico che Buffon è un centroavanti, nessuno mi prende sul serio e tutti si mettono a ridere. Invece succede che in campo scientifico si facciano affermazioni che equivalgono a quella di Buffon centravanti, senza che vengano percepite come grandi sciocchezze. Ma a pagare il prezzo di queste inesattezze alla fine sono i pazienti e la salute pubblica. Questo è grave, e secondo me ha riflessi appunto in investimenti molto modesti nell’istruzione superiore e nella ricerca scientifica. Da questo punto di vista, allora, il premio ‘Lombardia è ricerca’ può servire anche a richiamare l’attenzione sulla ricerca scientifica da parte di un Paese per molti versi ancora disattento nei suoi confronti, un Paese in cui manca una cultura diffusa della ricerca e mancano risorse dedicate. Due ostacoli che pongono un problema di democrazia e di scelte condivise”.

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